La grande lezione degli indiani d'America

di Alessandro Saracino

 ‘Amico, ti racconterò la storia della mia vita, come tu desideri; e se fosse soltanto la storia della mia vita credo che non la racconterei, perché che cosa è un uomo per dare importanza ai suoi inverni, anche quando sono già così numerosi da fargli piegare il capo come una pesante nevicata? Tanti altri uomini hanno vissuto e vivranno la stessa storia, per diventare erba sui colli. È la storia di tutta la vita che è santa e buona da raccontare, e di noi bipedi che la condividiamo con i quadrupedi e gli alati dell’aria e tutte le cose verdi; perché sono tutti figli di una stessa madre e il loro padre è un unico Spirito.

Sono queste le prime parole che Alce Nero, guida spirituale degli Oglala, una tribù degli indiani Lakota Sioux, rivolge a John G. Neihardt, scrittore ed etnografo americano, quando nella primavera del 1931 i due uomini si incontrano per dar vita a una serie di conversazioni che verranno messe per iscritto nel libro Alce Nero parla. Si tratta di una delle testimonianze più interessanti del mondo dei nativi del Nord America, un racconto che offre uno sguardo privilegiato sulla loro vita spirituale e sociale, sulla loro cultura e tradizioni, irrimediabilmente turbate dall’arrivo arrogante e furioso del popolo bianco, di cui Alce Nero ha un vivido ricordo. Il massacro di Wounded Knee del 1890, che lo vide ferito, rappresenta di fatto l’ultimo atto delle guerre sanguinose e devastatrici condotte dagli Stati Uniti d’America contro gli indiani e, di riflesso, contro la natura.

In nome di una presuntuosa civilizzazione, la sedicente civiltà superiore ha decimato, e a volte eliminato, intere comunità che, dalla West Coast alla East Coast, passando per le illimitate Grandi Pianure, vivevano in affinità e armonia con la natura e l’ambiente. Benché, infatti, gli indiani d’America fossero organizzati in una moltitudine di tribù geograficamente distanti tra loro e con usi e costumi differenti, condividevano tutti un unico cordone ombelicale con la Madre Terra, da cui traevano l’energia spirituale e la forza vitale. Celebrando nella terra l’origine della loro vita, i nativi sentivano uno stretto rapporto con la natura. Ne percepivano le vibrazioni pulsanti, le stesse con cui pulsa il corpo umano, e ne apprezzavano l’abbondanza di risorse, instaurando una convivenza armoniosa, in un certo senso amorosa, con tutte le creature.

 

A seconda della collocazione geografica, tribù nomadi basavano la loro sussistenza sulla caccia, altre sulla pesca o sull’agricoltura e la venerazione della Madre Terra si manifestava anche, e soprattutto, in queste attività. Per i Lakota delle pianure, la più importante fonte di sostentamento era il bisonte, da cui, oltre il cibo, ottenevano anche vestiti, coperture per le tende, e letame che veniva poi essiccato ed utilizzato come combustibile per l’inverno, in assenza di legname. Ma ogniqualvolta inauguravano una battuta di caccia, pregavano consapevoli di disonorare la vita e, con immensa riverenza, onoravano l’animale affinché si sacrificasse per gli uomini, in quanto essenziale per il loro vivere. Gli animali, le rocce, gli alberi venivano considerati fratelli perché tutti concepiti nella mente del Grande Spirito, Wakan Tanka per i Sioux, la sorgente creatrice di tutto ciò che esiste, che rende vivi i boschi, le luci del nord, le Black Hills sacre ai Lakota, il tramonto del sole, da cui l’uomo non deve assolutamente allontanarsi, altrimenti destinato alla crudeltà e alla mancanza di rispetto verso la natura e gli altri esseri umani. Il sentimento di fratellanza e di comunità con tutte le creature della Madre Terra era un principio reale e attivo per gli indiani d’America, una vera e propria necessità di vita.

Una lezione che noi, popolo bianco, occidentale, non abbiamo mai appreso e neanche provato ad ascoltare. Con l’eccidio dei nativi del nord America e degli Indios del centro e del sud del continente, noi europei, tra il XV e il XIX secolo, abbiamo sterminato milioni e milioni di indigeni, con violente guerre di conquista, proclamate a suon di progresso e di colonizzazione di nuove terre fertili, ignorandone la grandiosa cultura che, per fortuna, non è stata debellata. Abbiamo definito quei popoli ‘primitivi’, soltanto per l’idea che la vera civiltà fosse la nostra, fondata sulla tecnologia, sull’economia e sull’individualismo dell’essere umano separato dalla natura.

Tutt’oggi quell’individualismo assume un peso sempre più importante su uno dei due piatti della bilancia che misura il nostro rapporto con la Terra, tanto che l’equilibrio stabile, di cui gli indiani erano custodi, è stato profondamente danneggiato. Non a caso, da decenni, la Terra manda incessantemente segnali per avvertirci e invitarci a compiere un’inversione a U sulla strada che porta dritta al punto di non ritorno. Deforestazioni massive, l’uso sconsiderato di combustibili fossili, allevamenti intensivi strutturati in modo da garantire carne a miliardi di persone, sono crimini che stiamo compiendo nei confronti della Madre Terra, ma soprattutto nei nostri confronti, e che sono in gran parte responsabili delle emissioni di gas serra, causa principale del riscaldamento globale e del cambiamento climatico. Ne derivano l’enorme perdita di biodiversità, la fusione dei ghiacciai e l’innalzamento del livello del mare, la desertificazione, i rifugiati climatici, tempeste, incendi e siccità di calibro maggiore in ogni angolo del globo e conseguenze che, senza una svolta effettiva, saranno sempre più difficili da fronteggiare.

 

 

Nella sicurezza apparente del nostro mondo occidentale, crediamo che questi allarmi siano semplicemente leggeri scricchiolii di una sedia su cui siamo beatamente comodi. Ma la realtà è ben diversa. Dall’altra parte del mondo i popoli indigeni, che ancora resistono, sono già in conflitto con le conseguenze delle nostre azioni, affrontano un’espansione rapida delle aree deforestate e fanno i conti con la perdita di biodiversità, e la loro sopravvivenza è minacciata giorno per giorno. Rischiamo, così, ancora una volta, di distruggere, sempre in nome della crescita e dello sviluppo, popoli che incarnano il vero legame uomo-natura e che, dall’Amazzonia brasiliana all’Australia, passando per l’Africa centrale e l’Asia meridionale, possono insegnarci davvero tanto nel ribaltare l’idea che la natura sia da oggettivare e plasmare secondo i nostri fini.

Correggere la rotta del nostro progresso e indirizzarla verso la meta della sostenibilità ambientale, di un’economia che tuteli in gran parte gli interessi della natura, vuol dire salvaguardare la sopravvivenza di ogni specie, compresa la nostra, su questa nave-Terra. Tuttavia, occorre, anzi urge, ridisegnare il nostro modus operandi. Il cambiamento non può avvenire esclusivamente discutendo del problema, sebbene parlarne sia una presa di coscienza notevole. Lo step successivo consiste nel riscoprire un legame simbiotico con la natura, fondato, magari, sulla lezione dei nativi d’America e dei popoli indigeni nostri contemporanei. Chiaramente, ciò non vuol dire sconvolgere di punto in bianco le nostre vite, anche perché tornare ad abitare praterie o foreste, che oggi sono in costante diminuzione per l’abuso sfrenato del suolo, è pura utopia. Dobbiamo, poiché possiamo, adottare nuove e corrette abitudini, che riducano il nostro impatto nocivo sull’ambiente, e che siano illuminate dal rispolvero delle nostre radici, scoprendo che queste affondano nientemeno che nella Madre Terra, con cui siamo profondamente interconnessi. Solo così muoveremo quel passo, piccolo per l’uomo, ma grande per la Vita su questo pianeta.


 

‘Noi almeno sappiamo questo: la terra non appartiene all'uomo, bensì è l'uomo che appartiene alla terra. Questo noi lo sappiamo. Tutte le cose sono legate fra loro come il sangue che unisce i membri della stessa famiglia. Tutte le cose sono legate fra loro. Tutto ciò che si fa per la terra lo si fa per i suoi figli. Non è l'uomo che ha tessuto le trame della vita: egli ne è soltanto un filo. Tutto ciò che egli fa alla trama, lo fa a se stesso.’

Capriolo Zoppo nella lettera al presidente degli Stati Uniti Franklin Pierce, 1854