Oltre le colonne d'Ercole

di Marta Maderna

Dante Alighieri, XXVI canto, “il folle volo di Ulisse”.

L’eroe omerico per la sua morbosa curiosità di testare i propri limiti, per la bramosia di provare quell’emozione di essere arrivato ai confini del mondo e la sensazione di possederlo tutto, passò con la propria nave oltre le colonne d’Ercole. Giunse quasi alla montagna del Purgatorio, attraverso un viaggio incredibilmente adrenalinico, quasi stesse toccando con mano il sovrumano.

Eppure, Dio scatenò una tempesta. La sua nave inabissò e morirono tutti.

La condizione di Ulisse è un po’ quella di tutti gli uomini, che corrono dietro la volontà di scoprire, esplorare, provare, rischiare.

Tutti magnifici obiettivi, se convogliati correttamente, all’interno della finitezza umana. Ed è questo di cui Ulisse non tenne conto, non ascoltando la massima antica iscritta nel tempio di Apollo: “conosci te stesso”, i tuoi limiti, e non varcarli volendo sfidare gli dei.

Siamo sulla stessa nave con cui Ulisse si credeva invincibile, ma sovraffollata, che a volte imbarca troppa acqua e si appesantisce. Non si ferma neanche davanti alle onde della tempesta, che le intimano di arrestarsi, di tornare indietro, di provare un’altra strada.

La domanda è: fino a dove si potrà spingere, questa nave? Puntiamo a qualche obiettivo oppure viaggiamo alla rinfusa senza sapere cosa ci aspetta al di là delle nuvole? La Terra ed il mare sono finiti e prima o poi, se non attracchiamo, ci perderemo nell’oceano.

È a queste problematiche che “Limits to growth”, studio portato avanti dal MIT e pubblicato nel 1972, prova a rispondere, proponendo scenari diversi per il futuro dell’umanità e possibili soluzioni.

Il tentativo, infatti, era quello di definire i limiti fisici relativi alla crescita del genere umano quantitativamente e qualitativamente parlando.


Cosa accadrà se la crescita della popolazione mondiale continuerà in modo incontrollato? Quali saranno le conseguenze ambientali se l’economia continuerà con lo stesso ritmo?


 

Una delle ipotesi, che vedeva la linea di crescita inalterata nei vari settori come popolazione, industrializzazione ed inquinamento, prevedeva che l’umanità avrebbe raggiunto i limiti naturali della crescita nei cento anni successivi.

Tuttavia, il rapporto era energicamente positivo sulla seconda ipotesi: è possibile modificare questa linea di sviluppo e mantenere una stabilità ecologica ed economica.

Prima si sarebbe agito, migliore sarebbe stato l’esito della manovra economico-sociale e le probabilità di successo migliori.

Sono passati quasi 50 anni, ma la situazione pare anche peggiore di quel che lo studio aveva previsto.

“2052: scenari globali per i prossimi quarant’anni”, un rapporto scritto da Jorgen Randers, partecipante alla stesura de “I limiti dello sviluppo”, ha provato a rivalutare cambiamenti e probabili situazioni dei prossimi quarant’anni a partire dall’anno 2013.

Randers, come in una sorta di sequel, mette in guardia: grazie a tecnologie più avanzate è possibile notare che i danni sono di estrema gravità già nella prima metà del secolo previsto dal precedente rapporto.

Ma, come racconta il mito di Platone, molti stanno uscendo dalla caverna e aprendo gli occhi davanti al sole, sciogliendo le catene, non più costretti a credere a quel che si vuole far loro credere: è il momento della consapevolezza, e della voglia di cambiare.

Hegel scriveva che ogni momento storico ed ogni assetto sociale, economico e politico è destinato a perire nella negazione di se stesso, è destinato alla crisi, alla sfiducia verso ciò cui credeva, a ribaltarsi, a dare vita a qualcosa di nuovo, senza cancellare il sentiero appena trascorso, ma prendendolo sulle spalle e, partendo da esso, costruendo una via che cambi direzione.

Cambiare non significa rimuovere: non si tratta di dover abbandonare il denaro, di dover sopprimere la voglia di crescita e di benessere.

Si tratta, piuttosto, di incanalare ciò che ci rende uomini verso una strada che ci renda uomini migliori: un guadagno senza spreco, orientato verso un progressivo abbandono del mondo consumistico legato a futilità, a meri diletti usa e getta.

 

Ripartire da zero non è archiviare il viaggio umano fin qui percorso, non è buttare ma riciclare, tornare all’origine per poi ribalzare in avanti coscienti di cosa vada modificato, migliorato o eliminato nel modo di vivere odierno, portando nella nuova società quelle ferite che ci hanno permesso di cambiare. Lo zero di partenza dovrebbe essere indice di eliminazione della sovrabbondanza che non porta ad innalzarsi in volo, e di innovazione, di costruzione di un nuovo mondo a partire dalle radici profonde, per arrivare all’azzeramento di ciò che è nocivo per la prosperità nostra e della natura.

Se, infatti, si vuole parlare di progresso, è bene notare che progresso deriva dal verbo latino “gradior”, ossia “camminare, muovere il passo”: ma come potremmo camminare liberamente se sono più i pesi che indossiamo che i passi che compiamo?

Non a caso, Jorgen Randers parla di una continua crescita assolutamente antieconomica: “Costa più di quanto valgano i margini che se ne ottengono e ci rende più poveri, non più ricchi. La chiamiamo ancora crescita economica, o semplicemente crescita, nel convincimento confuso che la crescita debba essere economica”.

Ciò che noi chiamiamo progresso è, in certi casi, basato su metodologie di produzione antiquate, tanto che questo “progresso” rischia di essere un clamoroso “regresso”, o un enorme muro che limita il nostro cammino nello sviluppo.

La sfida è spostare l’assetto valutativo di ciò che consideriamo benessere, dal materiale non necessario, talvolta insoddisfacente, al materiale necessario e sufficiente per vivere una vita buona.

Si potrebbe contestare che siano banalità e buone parole, ma ciò che ci renderebbe più felici è anche ciò che è più utile per noi e per il pianeta.

Lo psicologo Mihàly Csìkszentmihàlyi, ungherese emigrato in America e dedito allo studio sulla felicità e la creatività, riporta che, secondo le analisi delle sue ricerche, lo stato di benessere dell’umanità è dato dalla capacità di abbandonarsi ad un’attività, spesso in relazione, che sia slegata da fini materiali. Questo non vuole dire, naturalmente, abbandonare i mezzi che possono renderci felici (uno strumento musicale, un libro, una bevanda), ma piuttosto che il vero godimento pienamente appagante è dato da momenti che vedono come scopo specialmente la coesione relazionale, la soddisfazione individuale (per esempio, la soluzione trovata ad un problema di matematica, il ritrovamento di sé e delle proprie capacità), l’inserimento sociale e la condivisione.

 

Marx sosteneva che, cambiando la base materiale della storia, sicuramente cambiano le condizioni di vita degli individui, le visioni del mondo, i comportamenti pubblici e privati.

Siamo soliti pensare alla crescita come sovrabbondanza, ma non per forza crescere significa aggiungere qualcosa al tutto: se vogliamo, crescita è stato togliere il filo al telefono, e non aggiungerglielo.

Pare un’utopia, ma l’unico modo per poter salvare la nostra Casa sembra essere proprio quello di aggiustare il tiro economico e raggiungere il cosiddetto “stato stazionario”, già ipotizzato da John Stuart Mill. Lo stato stazionario, secondo l’economista, altro non è che un momento inevitabile della civiltà umana. Essa, infatti, non potendosi permettere di crescere all’infinito in una costante lotta allo sfruttamento, arriverà ad un momento di stasi, spingendo così verso una società che garantisca distribuzione del benessere più equa ed una migliore qualità di vita per un numero sempre maggiore di esseri umani.

In realtà, già nel loro rapporto del ‘72, Mesarovic e Pestel chiudono con un argomento davvero toccante: “Noi non siamo il mondo sviluppato; siamo oggi il mondo sovrasviluppato. La crescita economica in un mondo in cui alcune regioni sono sottosviluppate è fondamentalmente contraria alla crescita sociale, morale, organizzativa e scientifica dell’umanità […].

 Per la prima volta da quando esiste l’uomo sulla Terra, gli viene chiesto di astenersi dal fare qualcosa che sarebbe nelle sue possibilità; gli si chiede di frenare il suo progresso economico e tecnologico, o almeno di dargli un orientamento diverso da prima; gli si chiede – da parte di tutte le generazioni future della Terra- di dividere la sua buona fortuna con i meno fortunati – non in uno spirito di carità, ma di necessità. Gli si chiede oggi di preoccuparsi della crescita organica del sistema mondiale totale. Può egli, in coscienza, rispondere di no?”.

Forse, in coscienza, la risposta è positiva, manca solo di aspettare che essa dal cuore giunga alle mani, per agire.

Non basta la presa di coscienza che la nave sta affondando oltre le colonne d’Ercole: ci vuole una presa di posizione che la convinca a tornare indietro. Perché siamo ancora in tempo, seppur di tempo ne abbiamo ben poco.