Ripartire da zero

di Marta Maderna

Il soggetto è un ospite, diceva Levinas, filosofo ebreo francese sopravvissuto al lager nazista.

L’uomo è un ospite.

Ospite prima ancora o più che possessore.

Ospite di una casa che non è sua, la specie umana nasce in questo mondo come un neonato tra le braccia della Madre Terra che risponde ai suoi primi vagiti.

E le fornisce acqua, nutrimento, fuoco.

 


La Terra, si potrebbe obiettare, è di tutti coloro che la abitano e quindi anche e in maggior quantità di noi uomini, capaci di costruire vele che assecondano il vento e navigare il mare della scoperta grazie alla tèchne, la tecnica creativa, l’arte lavorativa ed ingegneristica.


 

Ma proprio perché appartiene a tutto quel che ospita sul suo suolo, la Terra è di nessuno.

La specie umana nasce come impossibilità di autonomia, come incertezza.

Da una dipendenza intrinseca, dal tenere stretta la mano della Madre per non rischiare di cadere, è arrivata a dominare la stessa culla da cui si è alzata eretta per guardare l’orizzonte, calpestandola, stracciandola, offendendola.

La sua è un’indipendenza ed una sovranità fittizia.

Quello a cui assistiamo oggi è un matricidio.

Basta chiedere per avere ed uscire per possedere. Ma è cibo avariato, velenoso, stomachevole.

È troppo anche da immaginare, il piatto che oggi la società ci offre.

Da fame e bisogno è diventata ingordigia.

Viviamo in una nube di polveri sottili e nuvole di grigio rifiuto tossico su cui noi, generazione “Z”, dovremmo costruire il nostro futuro. E se dobbiamo essere la generazione dell’ultima lettera dell’alfabeto, quella in cui viene riposta l’ultima speranza e la responsabilità più grande con i mezzi tecnici più avanzati, allora è preferibile interpretare quella “Z” come un invito a seguire un ciclico inizio che comincia nuovamente dalla fine: “Z” come “Zero”, perché è da lì che bisogna ripartire.

 

“Noi, come esseri umani, abbiamo saputo preservare la biodiversità per molto tempo”,

scrive Eric Holthaus su “The Corrispondent” a proposito della dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti delle popolazioni indigene, che hanno saputo preservare l’80% della biodiversità per secoli.

“We will remember how to do it again”, conclude.

Già l’indigeno Toro Seduto, nativo americano e capo tribù dei Sioux Hunkpapa, nell’800 pronunciava la famosa e ormai profetica frase: “Quando avranno inquinato l’ultimo fiume e abbattuto l’ultimo albero […], solo allora si accorgeranno di non poter mangiare il denaro”.

E proprio in Romania i ranger muoiono ammazzati per la sola colpa di contrastare l’abbattimento di alberi, per difendere le uniche foreste ancora vergini d’Europa dai “pirati-taglia-legna”, che disboscano illegalmente la zona. Questi luoghi, prima incontaminati, contengono il 30% di tutti i grandi carnivori d’Europa, tra orsi, lupi e linci.

 


Ogni anno 20 milioni di metri cubi dell’area verde spariscono sotto le lame delle accette.

Dal 2014, sono stati registrati 184 casi di violenze contro i ranger delle foreste e 6 omicidi. E ciò che più è grave, è che l’attività criminale è supportata dal governo e da interessi mafiosi, che investono sul mercato nero per la vendita del legname ricavato dalla deforestazione.


 

È dunque per questo che dobbiamo tornare allo zero, e subito.

Tornare al verde che sa di vita prima di questo nero smog, che ci porta solo morte.

Spogliarci del superfluo, di ciò che non è necessario. Ricordarci che non siamo qui per nostra spontanea e deliberata scelta, che la Terra e l’Universo non sono una nostra iniziativa, e che ogni passo fatto ha un impatto, ogni azione compiuta una conseguenza.

Niente è gratuito: il prezzo da pagare è davvero alto. E lo stanno pagando per primi coloro che non hanno contribuito a disfare il mondo come un gomitolo, coloro che non c’entrano niente con questa nuova era, il “Pirocene”, così chiamata dagli scienziati (da “puròs”, “fuoco” in greco).

Basti pensare all’Australia e alle lingue di fuoco che la stanno divorando. E con lei abissano milioni di animali, oltre al numero di vittime umane e alle migliaia di abitazioni.

Ma, si sa, l’uomo ha una fede più scarsa di Tommaso: non gli basta più “vedere per credere”, perché a questa retorica è subentrata quella del “se non è a casa mia, non mi tocca”.

Eppure, la lotta per l’ambiente è la lotta che precede e permette tutte le altre.

Il cambiamento climatico non è un’opinione. Non è una proposta di un partito politico. Il cambiamento climatico è globale.

Tuttavia, non sembra dello stesso parere il ministro della Protezione Ambientale israeliano, Zeev Elkin, che ha definito gli attivisti ambientali dei “ciarlatani ignoranti” che seminano panico inutilmente tra la popolazione. “Invece che presentare una visione ambientalista, il ministro ha scelto di lanciare un attacco frontale alle organizzazioni per l’ambiente”, sostiene Amit Bracha, esponente dell’Unione per la difesa ambientale israeliana. Inoltre, Elkin ha criticato il gruppo no-profit Zalul per aver cercato di rimuovere il serbatoio ad Haifa carico di ammoniaca. Secondo il ministro, le ricerche del gruppo non erano basate su dati scientifici.

Nonostante ancora vi sia scetticismo supportato da una comunità pseudo-scientifica di negazionisti e persone che tentano di fuggire dall’accettazione di questa realtà, l’attivismo per il cosiddetto climate change ha dominato la rete di internet, le strade e le notizie del 2019. Se l’anno appena trascorso è stato quello della presa di coscienza, l’anno del campanello d’allarme e del risveglio dal sonno profondo, il 2020 deve essere l’anno dell’azione.

Eppure, è un anno, questo, che ha sconvolto le nostre aspettative e i nostri piani (molti progetti interessanti ed ecosostenibili promossi dal Green New Deal europeo sono momentaneamente sospesi!): la pandemia che è entrata nelle nostre vite, nelle nostre case e nelle nostre famiglie è forse la prova che il confine tra l’odierno stile di vita all’insegna dell’agiatezza e il collasso di questo stesso sistema è molto labile. Durante un’ intervista, il filosofo Leonardo Caffo, docente di filosofia teoretica al politecnico di Torino, ha affermato che :

 


“Si fa in questi giorni un uso ricorrente dell’espressione << tornare al mondo normale >> come se ciò che vivevamo prima del Covid-19 fosse davvero normale: disgregazione sociale, povertà, sfruttamento animale, distruzione dell’ambiente, danni sempre maggiori al pianeta e alle cose della natura, potevano forse apparire normali alla sparuta fetta di umanità occidentale convinta che gli ultimi cinquant’anni di benessere diffuso fossero la norma, mentre invece erano l’alterazione che si reggeva su guerre altrui, carestie, sfruttamento dei paesi sottosviluppati, eliminazione brutale della diversità”.


 

Forse non si potranno azzerare né cancellare i danni che l’essere umano ha recato all’ambiente e a se stesso, ma si può ripartire aspirando alla seconda grande evoluzione dell’homo sapiens, operando un dis-antropocentrismo in favore di una convivenza che rispetti le parti componenti il Tutto.

Una nuova nascita generazionale, un nuovo inizio, che veda la propria partenza da uno zero costruttivo e propositivo per un nuovo mondo in armonia con il contesto naturale in cui siamo immersi, e distruttivo per tutto ciò che toglie il respiro alla vita. Come l’alba di nuovo giorno è preceduta dalla notte oscura e tenebrosa, dalla negatività e dalle ceneri di un incendio può nascere un albero millenario e ricco di frutti.


 

Scritto da 

Marta Maderna, studente di Filosofia all'Università di Milano